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PISTOL PETE PDF Stampa E-mail
Scritto da Sunshine   
domenica 20 aprile 2008

 The original SHOWTIME

Mentre scrivo queste righe sto guardando alcuni video di basket su youtube. Mi accorgo una volta di più di quanto fosse diversa trent’anni fa la pallacanestro rispetto ad oggi... Allora non c’erano gli atleti incredibili che si vedono oggigiorno sui campi di gioco, i giocatori avevano dei pantaloncini cortissimi tipo boxer, la palla era più pesante ed il modo di giocare in sostanza era diverso. Meno atletismo e più tecnica... e, visti oggi, sarà forse quel sapore retrò nel vedere certe immagini, ma certi video mostrano il gioco di trenta e passa anni fa come pura poesia. In mezzo a questi pensieri credo anche di avere una certezza, che uno di questi 'poeti' fosse diverso da tutti gli altri: Pete Maravich, per tutti Pistol, un autentico vanzadore con la palla tra le mani.

Pistol Pete su un campo da basket era uno che vanzava, alla grande. Bastavano un pallone ed un canestro… Pete Press Maravich, su un campo da basket poteva fare qualsiasi cosa che potesse essere fatta e che voleva fare. Pensate ad un ragazzino molto magro e fragile, timido, chiuso nel suo mondo, che spinto dal padre (allenatore ed ex giocatore) cresce con un pallone da basket in mano. Un ragazzino che passa ore ed ore ad esercitarsi e ad allenarsi, anche da solo, anche 10 ore al giorno; lui, il pallone ed il canestro. La palla diventa la sua migliore amica, inseparabile. Ci dorme letteralmente assieme, palleggia lungo il tragitto per andare a scuola e viene sbattuto fuori dai cinema perché palleggiava anche durante la proiezione del film. La pallacanestro diventa per questo ragazzino una meravigliosa ossessione, la sua ragione di vita, oltre che il mezzo per uscire dal totale anonimato e raggiungere ammirazione e rispetto. Le ore, le giornate meglio, passate ad allenarsi sui fondamentali, palleggio, passaggio, tiro, gli permettono di dare costantemente del “tu” alla palla anche in partita, palla che diventa a tutti gli effetti il suo strumento, tra le sue mani l'equivalente della Fender Stratocaster in quelle di Jimi Hendrix. Uno spettacolo, anche dalle sue parole: “Se un giorno dovessi scegliere tra fare un passaggio facile o dare spettacolo, non avrei dubbi: sceglierei lo spettacolo". Il suo fisico gracile tuttavia non lo aiuta negli scontri di gioco, dove spesso ha la peggio. Maravich però ha passione e la voglia di dimostrare di potercela fare. E’ anche per questo che dopo un periodo buio perso dietro all’alcol ritrova presto la fede e l’amore per il gioco, anche grazie alla religione che diventerà parte importante della sua vita negli anni a venire.

Il padre intanto fa carriera come allenatore e va a sedersi sulla panchina di Louisiana State University, portandosi appresso il figlio. Qui inizia la leggenda di Pistol Pete. All'epoca le matricole giocavano in una squadra a parte, in un altro campionato le cui partite precedevano quelle dei più grandi, dei giocatori al secondo, terzo, quarto anno. In quell’anno Maravich segna una media di 43.6 punti a partita, in un'epoca in cui il tiro da tre punti non esisteva nemmeno. Spesso il pubblico dopo la partita delle matricole se ne tornava a casa, senza assistere a quella della prima squadra: aveva già visto abbastanza. Nelle tre stagioni NCAA seguenti, Pete viaggia rispettivamente a 43.8, 44.2 e 44.5 punti per gara, per chiudere i suoi tre anni di college con 3667 punti segnati. A tutt'oggi record assoluto nella storia del college basketball, nonostante la successiva introduzione del tiro da tre punti. Tutto ciò lo fa tuttavia completamente fuori dagli schemi, usando il suo enorme talento, battendo chiunque e ridicolizzando le difese avversarie. La sua ricerca quasi ossessiva dello spettacolo, unita a quel suo look irriverente con capello lungo ne fa un personaggio unico. Il rettore dell’università lo chiama nel suo ufficio per dirgli che è ora che si disciplini un po', dentro e fuori dal campo. Pete gli risponde: “Mi ascolti, io voglio diventare milionario. Nessuno pagherebbe milioni per uno che non offre spettacolo”. Discussione conclusa. Dietro la schiena, in mezzo alle gambe, in controtempo… Alla fine il risultato era lo stesso. Pete Maravich resta ancora oggi il più grande spettacolo di sempre del college basketball. Conclusa da autentico fenomeno l'esperienza a LSU, nel 1970 entra nella NBA, scelto col numero 3 al draft dagli Atlanta Hawks. Maravich segna 23 punti per allacciata di scarpe al primo anno da professionista, ma è mal visto dai compagni che lo considerano un mangiapalloni egoista. Pete ne soffre e appena può offre il suo show diventando al contempo il passatore più spettacolare della Lega. Il soprannome 'Pistol' è quanto di più azzeccato potesse uscire, visto il suo mortifero arresto e tiro e la somiglianza del gesto di caricare il tiro a quello di un pistolero che estrae la sua colt. Maravich dopo quattro anni ad Atlanta viene ceduto ai Jazz di New Orleans, dove ancora una volta ed ancora di più mostra le sue capacità di realizzatore incredibile e showman come nessun altro in campo. Improvvisa sul parquet come i grandi jazzisti fanno nella capitale del genere, proprio New Orleans, con la cui maglia nel 1977 guida la NBA per punti segnati per partita, infilandone più di 31 ad uscita, compresi i 68 rifilati ai Knicks in una singola gara di quell’anno. Il tutto senza il tiro da tre punti, che venne introdotto soltanto due anni più tardi. Maravich nonostante il suo fisico non esattamente di marmo non aveva paura di niente in campo, neppure degli scontri con avversari quasi sempre più grossi di lui, che alla lunga influirono sulla sua integrità fisica. Ma Maravich a tirarsi indietro non ci riusciva neppure. Doveva dimostrare di essere il più forte, e sebbene guadagnasse rispetto per il suo talento, i grandi numeri che accumulava spostavano poco a livello di vittorie di squadra. Nessuno dubitava di un suo pieno impegno sul campo, ma c’era il pensiero che questo fosse rivolto prima al suo vantaggio personale, e poi a quello di squadra. I maligni asserivano che ciò derivava dal fatto che Pete avesse sviluppato il suo gioco durante le ore solitarie trascorse in palestra o al campetto, e sembrava che ancora giocasse come fosse da solo in campo. Questa era una critica che non si scrollò mai completamente di dosso, ma dalla sua Maravich aveva anche pareri illustri come quello di Red Auerbach, immenso coach dei Boston Celtics (16 titoli NBA vinti tra i ruoli di allenatore e dirigente), che lo definì allora “il miglior playmaker di oggi della NBA”. Playmaker disse, non showman... Bill Walton invece in un’intervista rilasciata anni dopo dichiarò che Maravich “era dieci giocate avanti rispetto a tutti gli altri”.

Pete incanta come al college anche nelle arene NBA, perlomeno fino a quando non si infortuna seriamente ad un ginocchio. In una partita contro Buffalo, Maravich, invece di tentare un semplice passaggio fuori, salta cercando lo scarico dalla riga di fondo, in mezzo alle gambe, con l’uomo addosso. Una roba che poteva provare solo lui. Cade male però, e da quel momento non sarà più esattamente lo stesso giocatore di prima. Rientra dopo 32 partite, si vede che soffre a star fuori e ad esser considerato una riserva. Nel ’79 i Jazz si spostano nello Utah e Maravich con loro. Il suo minutaggio cala sensibilmente, inoltre Salt Lake City non è New Orleans (di cui Pistol Pete impersonava al meglio l’animo musicale e carnevalesco) e Maravich viene rilasciato nel corso della stagione. Si accasa ai Boston Celtics, dove ha la possibilità di vincere quel titolo NBA che ancora non aveva raggiunto. Pistol nonostante tutto è ancora capace di regalare alcuni lampi come 10 punti filati nei minuti conclusivi contro i Bullets, guidando i Celtics alla vittoria. Boston però ai playoff si fermerà alla finale di conference contro Philadelphia e Maravich si ritira dal basket al termine della stagione. Chiudendo col basket giocato, di fatto la sua unica ragione di vita,  chiude i contatti col mondo. Per due anni praticamente scompare, riducendo al minimo i rapporti col mondo esterno. Ricompare dopo questo isolamento con due enormi baffi annunciando la chiamata di Dio e diventando una sorta di predicatore evangelico. Passa allo yoga e all’induismo, esplora il macrobiotico e si appassiona all’ufologia. Produce però anche quattro video didattici  sui fondamentali di palleggio, passaggio e tiro in cui mostra e spiega personalmente gli esercizi, siano essi classici o, preferibilmente, del tutto creativi o inusuali. Alcuni di essi sono peraltro i ‘genitori’ di svariati numeri di free-style che vediamo oggigiorno sui campetti di mezzo mondo. Aveva ragione Bill Walton allora quando diceva che Pete era dieci giocate avanti rispetto agli altri… La grandezza di Maravich andava al di là del puro spettacolo offerto in campo o dei punti segnati in partita. Andava, già… Pete muore nel 1988, all’età di 41 anni per un attacco cardiaco mentre giocava un tre contro tre con degli amici in California. Degli accertamenti rilevarono in seguito che per una malformazione non aveva l’arteria coronaria sinistra. Con le visite mediche di oggi non avrebbe mai avuto il permesso per giocare. Con lui nacque anche il termine ‘showtime’. Magic Johnson ammise di aver preso dal modo di giocare di Maravich l’uso della parola showtime, che poi rappresentò alla perfezione lo stile di gioco spettacolare dei suoi Los Angeles Lakers negli anni ottanta. Alcune parole pronunciate da un ex allenatore di Pete rappresentano alla perfezione anche lo spirito di Pete stesso: “Quando vedremo un ragazzino con i capelli arruffati e i calzettoni che gli calano che tira un pallone su un campetto avvolto nella semioscurità o nel cortile di casa quando tutti gli altri sono già andati via, ci ricorderemo di Pete”.

Ad oggi quel che ci resta è una leggenda. Ed una certezza: Pistol Pete su un campo da basket era uno che vanzava, fortissimo.

Kappei GAS Sakamoto 

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 20 aprile 2008 )
 
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